Le prove che non lo sono
Perché un buon argomento per una religione ne proverebbe un'altra
0. Introduzione: convincente non è valido
C’è una cosa che si dimentica facilmente quando qualcuno ci espone, con fervore e in buona fede, perché la sua religione è quella vera. Un argomento può essere profondamente convincente e completamente fallace. La forza di convinzione che sprigiona non dice nulla della sua solidità; ciò che la dice è la sua validità logica e la verità delle sue premesse. Lo scopo di questo testo non è vincere un dibattito, ma imparare a separare queste due cose: ciò che ottiene l’adesione e ciò che stabilisce la verità.
Esamineremo gli argomenti che si avanzano più di frequente per stabilire che una religione dice il vero. L’islam farà da filo conduttore, perché la materia proviene da una discussione reale sul suo conto. Ma l’islam è qui solo un esempio. A ogni passo, lo stesso argomento si ritrova, quasi parola per parola, in bocca ai fedeli di altre tradizioni, ed è proprio questo che fornisce il test più utile da tenere a mente: questo argomento, se fosse valido, proverebbe altrettanto bene la religione accanto, quella che il mio interlocutore, lui, rifiuta? Un argomento che proverebbe altrettanto bene l’islam, il cristianesimo e l’induismo non ne prova nessuno dei tre. Questo strumento ha i suoi limiti, che vanno enunciati per non abusarne. La simmetria smonta l’inferenza quando la premessa è tanto mal fondata da una tradizione all’altra, come i segni intimi che ciascuno riferisce. Ma quando la premessa è fattuale e potrebbe davvero differire da un caso all’altro, la simmetria non decide: rimanda all’esame dei fatti, caso per caso, che condurremo allora.
Una distinzione comanda tutto il seguito. Gli argomenti si dispongono in due famiglie, e non li si tratta nello stesso modo. Gli uni sono soggettivi: si appoggiano a una sensazione, a una certezza, a segni personali. Per questi, la domanda giusta è sapere se la sensazione ci sarebbe comunque, in qualsiasi credenza. Gli altri hanno una pretesa fattuale: affermano qualcosa di oggettivo sul mondo o su un testo, per esempio che un libro contiene un sapere impossibile alla sua epoca. Questi non li si può scartare con una piroetta dicendo «ci sarebbe anche senza dio», perché la pretesa verte su un contenuto, non su una sensazione. Bisogna verificare la premessa di petto, e guardare se regge. È questa verifica, e non una formula magica, a occupare il cuore di questo testo.
Una precisazione, infine, perché la confusione è in agguato. Mostrare che un argomento fallisce non prova che la sua conclusione sia falsa. Confutare una cattiva prova dell’esistenza di Dio non stabilisce che Dio non esista, e questo testo non lo pretende in alcun punto. Esso mira a qualcosa di più modesto, ma di più solido: togliere a questi argomenti la forza probante che si attribuisce loro. La questione metafisica, quella, resta intera.
Un’ultima parola su ciò che questo testo non fa, per non lasciar credere che esaurisca il tema. Esso esamina gli argomenti che si sentono in una conversazione, non la teologia naturale dotta, quelle costruzioni filosofiche altrimenti esigenti che sono l’argomento cosmologico, l’argomento della contingenza o l’argomento morale. Quelle richiedono il proprio esame, e il loro silenzio qui non è un verdetto a loro carico.
1. « Ho avuto dei segni, ne sono sicura al cento per cento »
Il primo argomento non è propriamente tale, ma è il più sincero e il più diffuso: una certezza interiore totale, alimentata da segni ricevuti lungo tutta una vita. Bisogna prenderlo sul serio, perché è vissuto come un’evidenza, e nessuno rinuncia a un’evidenza a comando.
Nella sua forma più esigente, del resto, questo argomento non è ingenuo, e dei filosofi lo hanno difeso seriamente. Secondo il principio di credulità di Richard Swinburne, ciò che ci sembra essere il caso è una ragione per crederci, finché nessuna ragione contraria vi si oppone; e William Alston ha sostenuto che un’esperienza di Dio poteva funzionare come una percezione, fornendo una presunzione di realtà (Alston 1991; Swinburne 2004). Ben posto, l’argomento non dice dunque «lo sento, quindi è vero», ma «un’esperienza vale presunzione finché nessun confutatore la smonta». Tutta la questione è allora sapere se i confutatori mancano. Non mancano.
La certezza e i segni sono prodotti prevedibili della nostra architettura mentale, e non prove, e la ragione è precisa. Il meccanismo che li produce si attiverebbe sia che la credenza sia vera sia che sia falsa; essendo insensibile a ciò che afferma, segue lo stato del nostro cervello, non lo stato del mondo. Questo ragionamento non si ritorce contro ogni facoltà: la percezione, la matematica e la logica vi sfuggono, perché abbiamo ragioni indipendenti per pensare che seguano il loro oggetto. E non stabilisce che l’intuizione sia falsa; sposta l’onere della prova. Un solo meccanismo basta già a capire perché i segni paiono così numerosi. Il bias di conferma è quella tendenza, una delle meglio stabilite della psicologia, a notare e a trattenere ciò che conferma le nostre credenze, e a trascurare o reinterpretare ciò che le contraddice (Elston 2020; Nickerson 1998). Su una vita intera, arrivano migliaia di piccoli eventi; quelli che cadono al momento giusto diventano segni e si imprimono, gli altri si cancellano senza lasciare traccia. Il conto finale non è tenuto onestamente, perché la mente non conta, seleziona.
Soprattutto, questo argomento fallisce il test di simmetria nel modo più netto che ci sia. Una vasta indagine condotta in cinque paesi molto diversi, dagli Stati Uniti al Ghana, dalla Thailandia alla Cina e a Vanuatu, mostra che il sentimento di una presenza soprannaturale, le voci, i segni, sono riferiti in tutte queste culture, e che sono modellati dalla cornice religiosa locale piuttosto che da una religione vera in particolare (Luhrmann et al. 2021; Gutierrez et al. 2018). Un musulmano riceve segni musulmani, un cristiano segni cristiani, un indù segni indù, e ciascuno vi vede la conferma della propria fede con la stessa intensità. Ecco il confutatore che la forma forte attendeva: se la certezza e i segni puntassero verso una religione vera, non punterebbero con la stessa forza verso tutte insieme. Poiché è così, non possono dirimere nessuna.
2. La regolazione fine: « se il sole fosse spostato di un centimetro »
Ecco un argomento altrimenti serio. Nella sua versione popolare, si dice che se il Sole fosse spostato di un centimetro, o la Terra di un capello, la vita sarebbe impossibile: l’universo sarebbe regolato con una precisione che tradisce un’intenzione.
Presentato così, l’argomento cade subito, perché la sua premessa numerica è falsa. La zona attorno a una stella dove l’acqua liquida è possibile, la cosiddetta zona abitabile, non si misura in centimetri ma in frazioni di unità astronomica. Per il Sole, essa si estende da circa 0,95 a 1,7 volte la distanza Terra-Sole, ossia una larghezza dell’ordine di cento milioni di chilometri (Kasting et al. 1993; Kopparapu et al. 2013). Il «centimetro» è falso di circa tredici ordini di grandezza. Si potrebbe spostare la Terra di parecchi milioni di chilometri senza che essa perda la sua acqua liquida; il margine non ha nulla di un filo di rasoio.
Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, perché questa immagine popolare non è che una caricatura di un argomento reale e difficile. Nella sua versione dotta, la regolazione fine non verte sulla posizione di un pianeta, ma sulle costanti fondamentali della fisica. Diverse di esse sembrano dover cadere in intervalli stretti perché una chimica complessa esista: la costante cosmologica, che governa l’espansione dell’universo e il cui valore osservato è minuscolo rispetto a ciò che la teoria ingenua predirebbe; l’intensità dell’interazione nucleare forte, che condiziona la formazione dei nuclei; il rapporto tra forze elettromagnetica e gravitazionale (Barnes 2012). Presentata dai suoi migliori difensori, è un fatto inquietante che merita riflessione, non una barzelletta.
L’inferenza verso un progettista si scontra tuttavia con tre obiezioni. Anzitutto, un effetto di selezione. Noi potremmo comunque osservare solo un universo compatibile con l’esistenza di osservatori; constatare a posteriori «guarda, è compatibile» non ha dunque nulla di sorprendente, è il principio antropico debole (Carr e Rees 1979). Questo effetto, tuttavia, morde solo se appoggiato a una moltitudine di universi in cui collocarsi; di fronte a un caso unico, perde la sua portata (Carr e Rees 1979). Il filosofo Douglas Adams ne dava l’immagine, a titolo di illustrazione e non di prova, di una pozzanghera che si meraviglia del fatto che l’incavo in cui riposa sposi così bene la sua forma, prima di crederlo plasmato per lei; l’immagine, tuttavia, presuppone già risolto ciò che è in questione (Carr e Rees 1979). Inoltre, parlare di «improbabile» presuppone una distribuzione di probabilità sui valori possibili delle costanti, distribuzione che non possediamo; senza di essa, la parola non ha senso matematico preciso, e non si può calcolare una rarità a partire da un solo caso osservato (McGrew et al. 2001). Infine, l’ampiezza della regolazione è spesso esagerata: analisi dettagliate mostrano che delle stelle, e dunque una chimica complessa, resterebbero possibili su una gamma di parametri ben più ampia di quanto si dica (Adams 2019; Barnes 2012). Esistono peraltro spiegazioni concorrenti, come l’ipotesi di una moltitudine di universi; essa è dibattuta e per nulla stabilita, ma basta che sia seria per mostrare che il progettista non è l’unica opzione sul tavolo (Carr 2007).
Il punto non è che la regolazione fine sia un’illusione o una sciocchezza. È che una premessa numerica falsa, una nozione di improbabilità mal definita, un’ampiezza sopravvalutata e una spiegazione tra parecchie non fanno, insieme, una prova.
Riquadro. Ciò che dice la scienza: la regolazione fine
- La scala: la zona abitabile del Sole si estende da circa 0,95 a 1,7 unità astronomiche, ossia quasi 100 milioni di km di larghezza (Kasting et al. 1993; Kopparapu et al. 2013).
- La versione migliore: l’argomento serio verte su delle costanti (costante cosmologica, interazione forte), non sulla posizione di un pianeta (Barnes 2012).
- La selezione: un osservatore può constatare solo un universo che permette osservatori (principio antropico debole) (Carr e Rees 1979).
- La probabilità: dire «improbabile» presuppone una distribuzione delle costanti che non abbiamo (McGrew et al. 2001).
- L’ampiezza: la formazione di stelle resta possibile su un’ampia gamma di parametri; la regolazione è spesso sopravvalutata (Adams 2019; Barnes 2012).
- Il multiverso: spiegazione concorrente seria ma non stabilita, da non presentare come un fatto (Carr 2007).
3. « Gli scienziati sono credenti, non possono provare la nostra esistenza »
L’argomento suppone che gli scienziati, non potendo dimostrare tutto, finirebbero per credere, e che la loro autorità verrebbe allora a sostenere la fede. La premessa è falsa, e anche se fosse vera, non proverebbe nulla.
Sui fatti, è piuttosto il contrario. Le indagini mostrano che gli scienziati, in particolare d’élite e in contesto occidentale, sono nettamente meno credenti della popolazione generale (Ecklund e Scheitle 2007; Ecklund et al. 2016; Larson e Witham 1998). Tra i membri della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, una delle assemblee scientifiche più prestigiose al mondo, la credenza in un Dio personale non superava l’ordine del sette per cento alla fine degli anni Novanta, mentre la stragrande maggioranza si dichiarava non credente o agnostica (Larson e Witham 1998). Bisogna tuttavia restare esatti: questa constatazione varia secondo i paesi, molti scienziati restano credenti, soprattutto fuori dall’Occidente, e non si pretenderà dunque che «gli scienziati sono atei» (Ecklund e Scheitle 2007; Ecklund et al. 2016; Larson e Witham 1998). L’affermazione «gli scienziati sono credenti» è semplicemente falsa come generalità, ed è tutto ciò di cui l’argomento aveva bisogno.
Sulla logica, è ancora più profondo. Che degli esperti credano o no non stabilisce la verità di una proposizione; è un appello all’autorità, e l’autorità, fuori dal suo dominio di competenza, non ha alcun valore probante. Un grande biologo non è un’autorità sull’esistenza di Dio, che non è una questione di biologia. E l’argomento si ritorce subito: se il numero di credenti tra i sapienti provasse una religione, allora il loro scetticismo, là dove domina, dovrebbe confutarla. Non si può brandire il conteggio soltanto quando fa comodo.
4. « Il Corano ha predetto fatti scientifici che si ignoravano »
Ecco l’argomento che molti tengono per il più forte, e merita un’indagine, non un’evasione. Si citano l’embriologia, l’espansione dell’universo, il ferro «venuto dallo spazio», reputati inconoscibili nel settimo secolo. Diciamolo anzitutto nella sua forma più forte: se un testo antico contenesse davvero un sapere impossibile alla sua epoca, formulato senza ambiguità prima che la scienza lo scoprisse, sarebbe realmente inquietante, e nessuna piroetta basterebbe a scartarlo.
La prima cosa da vedere è che non si tratta di un esempio isolato ma di un genere intero, l’i’jaz ilmi, o «inimitabilità scientifica», che percorre tutta la scienza, dalla cosmologia alla geologia, dall’oceanografia all’anatomia (Bigliardi 2017; Akhtar et al. 2025). Questo genere è analizzato, dagli specialisti che lo hanno studiato, come concordismo retrospettivo: si identifica anzitutto una scoperta moderna, poi si cerca un versetto abbastanza vago da potervisi leggere, a posteriori (Bigliardi 2017). La variabile che si aggiusta non è mai il testo, è l’interpretazione. Nessuno, prima che la scienza trovasse, ha derivato queste scoperte dal Corano. Piuttosto che asserirlo, esaminiamo tre casi, tra i più citati.
L’embrione. Il passo di riferimento (sura 23, versetti 12 a 14) descrive l’uomo formato da una goccia, poi da una alaqah, poi da un boccone di carne (mudgha), poi da ossa che si rivestono in seguito di carne. I difensori dell’i’jaz leggono alaqah come «embrione che si aggrappa», in eco all’impianto dell’ovulo. Ora il senso primario della parola, attestato dalla lessicografia e dall’esegesi classica, è quello di grumo di sangue, di sanguisuga, di cosa che pende e si aggrappa; tutto il «miracolo» sta in questa scelta di traduzione (Kueny 2013; Bigliardi 2017). Ancora più eloquente è l’ordine annunciato: prima le ossa, poi la carne che le riveste. È la sequenza che si trova nell’embriologia di Galeno, il medico greco del secondo secolo, i cui scritti circolavano nel Vicino Oriente ben prima del settimo secolo; ora questa sequenza è inesatta, ossa e muscoli differenziandosi di concerto (Kueny 2013; Chung 2019). Il dettaglio è fortemente suggestivo: se il testo provenisse da una prescienza, ci si aspetterebbe che corregga Galeno, piuttosto che riprenderne l’ordine erroneo. È una lettura dotta, difesa ma discussa, e non un fatto chiuso; pesa come un indizio serio, non come una dimostrazione. Più ampiamente, il sapere embriologico reputato inaccessibile era in realtà disponibile, ereditato dalla medicina greca di Aristotele e di Galeno (Chung 2019; Kueny 2013).
L’espansione. Il versetto «e il cielo, lo abbiamo costruito con una potenza, e Noi siamo mūsiʿūn» (sura 51, versetto 47) è presentato come l’annuncio dell’espansione dell’universo scoperta da Hubble nel 1929. Ma i commentatori classici, secoli prima di Hubble, rendevano mūsiʿūn con «detentori di una vasta potenza» o «Noi dispensiamo largamente le sussistenze», senza la minima idea di un cosmo che si dilata (Bigliardi 2017; Coran 2004). La lettura cosmologica appare solo dopo la scoperta che pretende di aver anticipato.
Il ferro. Il versetto «Abbiamo fatto scendere il ferro, nel quale vi è una forza temibile» (sura 57, versetto 25) è letto come l’origine stellare o spaziale del ferro. Ma il verbo «far scendere» (anzala) è impiegato ovunque nel Corano nel senso di accordare o di provvedere: esso «fa scendere» il bestiame (sura 39, versetto 6) e le vesti (sura 7, versetto 26), che non cadono dal cielo (Bigliardi 2017; Coran 2004). Leggere qui una tesi di astrofisica significa applicare un senso tecnico moderno a un giro di frase corrente.
Questi tre casi non sono isolati. Le letture scientifiche del testo sono instabili e producono errori, cosa che riconoscono perfino degli autori favorevoli all’i’jaz (Akhtar et al. 2025; Bigliardi 2017). E la lettura è selettiva: si trattengono i versetti che si possono torcere verso la scienza, e si reinterpretano o si tacciono quelli che la contraddicono, che si tratti delle montagne presentate come picchetti che stabilizzano la terra contro i sismi (sura 78), del sole che si trova a tramontare in una fonte fangosa (sura 18, versetto 86), motivo ereditato dalla cosmologia della tarda Antichità, o delle meteore lanciate sui demoni che cercano di ascoltare il cielo (sura 37) (Tesei 2021; Bigliardi 2017).
Una parola sulle famose garanzie di scienziati. La più citata, in embriologia, attribuita all’anatomista Keith Moore, è stata prodotta in un’edizione speciale del suo manuale realizzata con la Commissione dei segni scientifici fondata dal predicatore al-Zindani, e non al termine di una valutazione indipendente da parte dei pari (Golden 2002). Non è una convalida scientifica; è un’operazione di promozione, documentata dalla stampa.
Resta il blocco logico. L’argomento è infalsificabile: quando un versetto è mostrato falso, diventa subito metafora, di modo che nessuna osservazione può mai contraddirlo. E fallisce il test di simmetria come tutti gli altri: lo stesso metodo concordista è stato applicato alla Bibbia e ad altri corpora sacri, dove si è «trovato» a posteriori il Big Bang, la relatività o l’embriologia (Bigliardi 2017). Lo stesso metodo produce miracoli in qualunque corpus.
Siamo giusti per finire. Il Corano contiene osservazioni esatte, come lo sviluppo dell’embrione per tappe o la mescolanza imperfetta delle acque dolci e salate. Il punto non è che si sbaglierebbe ovunque, il che sarebbe tanto ingiusto quanto assurdo. È che un’osservazione banale, o un linguaggio vago riletto a posteriori, non equivale a un sapere impossibile senza Dio; e che non appena un enunciato diventa testabile e preciso, delle due l’una: o aderisce a una scienza già nota all’epoca, oppure si sbaglia.
Riquadro. Tre casi lavorati: i «miracoli scientifici»
- L’embrione: la sequenza «ossa poi carne» (23:14) segue l’ordine erroneo di Galeno, sapere greco già disponibile; difficilmente una prescienza (lettura dotta, difesa ma discussa) (Kueny 2013; Chung 2019).
- L’espansione: mūsiʿūn (51:47) era reso «vasta potenza» dai commentatori classici, prima di Hubble (Bigliardi 2017; Coran 2004).
- Il ferro: anzala («far scendere», 57:25) serve anche per il bestiame e le vesti; la lettura astrofisica è anacronistica (Bigliardi 2017; Coran 2004).
- La struttura: concordismo retrospettivo, selettivo, infalsificabile, e simmetrico (lo stesso metodo «funziona» su qualunque testo) (Bigliardi 2017).
5. « Nessuno è mai riuscito a imitare il Corano »
L’argomento della sfida è antico ed elegante. Il testo stesso sfida chiunque dubiti a produrre «una sura simile» (sura 2, versetto 23 ; sura 10, versetto 38); ora, si dice, da quattordici secoli, nessuno vi è riuscito. La perfezione inimitabile del testo firmerebbe dunque la sua origine divina.
Il problema è che non esiste alcun criterio oggettivo di inimitabilità letteraria. La dottrina dell’i’jaz, l’inimitabilità del Corano, ha occupato i più grandi letterati dell’islam classico, e si fonda in ultima analisi su un giudizio estetico: la bellezza, la disposizione (nazm), l’effetto prodotto (Vasalou 2002; Esmail 2023). Ma chi giudica? Lettori già convinti, per i quali un’imitazione non può essere all’altezza, per definizione. Il ragionamento gira in tondo: il testo è inimitabile perché nessuna imitazione è giudicata valida, e nessuna imitazione è giudicata valida perché il testo è tenuto per inimitabile.
Di fatto, la sfida è auto-sigillata. Contemporanei e successori hanno effettivamente composto delle imitazioni, dal «profeta» rivale Musaylima alle pagine volutamente coraniche del grande poeta scettico al-Ma’arri; tutte sono state dichiarate d’ufficio non equivalenti, in mancanza di un criterio condiviso che permettesse di giudicarne altrimenti (Vasalou 2002). Una prova di cui si fissa il risultato in anticipo non prova nulla.
Infine, la sensazione di inimitabilità si spiega senza miracolo. La bellezza percepita di un testo dipende in larga parte dalla fluenza di elaborazione, quella facilità che apportano la familiarità, la memorizzazione, la recitazione liturgica ripetuta. E altre tradizioni affermano esattamente la stessa cosa della propria Scrittura, tenuta per di una perfezione che nessuno saprebbe eguagliare. L’argomento, anche qui, proverebbe altrettanto bene la perfezione del testo di fronte.
6. « Il testo non è mai cambiato, e sono gli altri ad aver alterato le Scritture »
Due affermazioni storiche si tengono qui, e la storia testuale può esaminarle l’una e l’altra. La prima vuole che il Corano sia rimasto rigorosamente identico dall’origine; la seconda, che le tradizioni anteriori abbiano corrotto i propri testi.
La trasmissione del Corano è, di fatto, notevolmente stabile nella tradizione dominante. Ma «mai cambiato» è una semplificazione teologica di una storia reale e meglio conosciuta di quanto si creda. Il palinsesto di Sanaa, scoperto nello Yemen, ne offre la prova materiale: sotto il testo standard, la sua scrittura inferiore cancellata conserva un altro stato del Corano, con varianti d’ordine delle parole, sinonimi, segmenti presenti o assenti, un tipo testuale distinto dalla vulgata ufficiale (Sadeghi e Goudarzi 2012). Vi sono dunque state più versioni in circolazione nei primi secoli, accanto alle varianti di lettura (qira’at) riconosciute dalla tradizione stessa (Déroche 2022; Hilali 2017).
Se il testo è oggi così stabile, è perché è stato stabilizzato. La tradizione musulmana stessa lo riferisce: il califfo Othman fece stabilire un esemplare di riferimento e ordinò di bruciare gli altri manoscritti, tra cui raccolte di compagni reputati come quella di Ibn Mas’ud (racconto conservato nel Sahih al-Bukhari, hadith 4987) (Sadeghi e Goudarzi 2012; Déroche 2022). La standardizzazione ha trattenuto una recensione e fatto sparire le divergenti, cosa che riconoscono perfino gli studi più attaccati all’autenticità del testo (Déroche 2022; Sadeghi e Goudarzi 2012). La stabilità è reale, ma è il prodotto di una decisione, non la prova di una preservazione soprannaturale.
Quanto all’accusa che gli altri hanno corrotto le proprie Scritture, essa porta un nome, il tahrif, e funziona in cerchio. Si afferma che la rivelazione precedente è stata alterata, ciò che serve precisamente a legittimare la nuova come la versione pura e finale (Thomas 1996). Il procedimento è comodo, ma non prova nulla, perché si applica altrettanto bene all’anello successivo: la rivelazione seguente potrà dire a sua volta che questa è stata alterata. La critica testuale, del resto, documenta delle varianti nei tre corpora, ebraico, cristiano e musulmano; nessuno è caduto dal cielo intatto (Déroche 2022; Hilali 2017).
7. « Il Corano ha annunciato eventi futuri »
Variante fattuale dell’argomento scientifico: il testo avrebbe predetto eventi storici prima che accadessero. L’esempio più citato è l’annuncio, all’apertura della sura 30, che «i Romani, vinti nella terra più vicina, saranno vincitori a loro volta tra qualche anno» (versetti 2 a 4), ciò che si sarebbe verificato quando Bisanzio batté la Persia.
Preso sul serio, il caso si rivela elastico. L’espressione tradotta con «tra qualche anno» (biḍʿi sinīn) designa un numero indeterminato di anni, tradizionalmente compreso tra tre e nove, ciò che lascia una finestra confortevole. Più sorprendente, la vocalizzazione stessa del verbo è discussa: a seconda che si legga sa-yaghlibūn o sa-yughlabūn, il versetto annuncia che i Romani vinceranno o che saranno vinti, l’arabo antico non notando le vocali brevi (Coran 2004). Una predizione di cui si può aggiustare a posteriori sia il termine sia il senso non è una predizione rischiosa.
Ora una profezia vale come prova solo a condizioni rigorose: essere precisa, essere chiaramente anteriore all’evento, e non potersi reinterpretare al gusto dei fatti. Le «profezie compiute» che si avanzano sono il più delle volte vaghe, talvolta ridatabili, e si trattiene di esse solo i successi, mai le attese deluse. Soprattutto, è un genere universale: la Bibbia (la venuta di Ciro, le settanta settimane di Daniele), le quartine di Nostradamus e molti altri corpora rivendicano identicamente delle predizioni realizzate, spesso ricostruite a posteriori per sposare l’evento (Miller 2016). Questo tipo di prova si ritrova all’identico in tutte le tradizioni.
8. « L’islam è l’ultima religione, dunque la vera »
L’argomento pare elegante: ogni rivelazione compirebbe e correggerebbe la precedente, e l’ultima sarebbe dunque il compimento, il sigillo. Ha una vera forza narrativa, quella di una storia che si richiude pulitamente.
Ma è esattamente la struttura che tutte le tradizioni adottano. Il motivo consistente nel presentarsi come il compimento che supera e sostituisce la tradizione anteriore, il supersessionismo, è intrinseco all’ebraismo e al cristianesimo prima che l’islam lo riprenda a proprio conto tramite il tahrif (Svartvik 2022; Soulen 2005; Thomas 1996). Il cristianesimo si dice il compimento dell’ebraismo; l’islam, di entrambi; il bahaismo, dell’islam; e la catena non si ferma lì. Ogni anello si vive come l’ultimo e il vero, e tiene il successivo per uno smarrimento.
Da qui il difetto logico: «ultimo, dunque vero» è un non sequitur. La posteriorità nel tempo non è un criterio di verità, senza di che bisognerebbe, per coerenza, accordare lo stesso privilegio alla rivelazione che verrà dopo, e dare oggi ragione all’ultimo predicatore in ordine di tempo. La cronologia indica soltanto chi ha parlato per ultimo finora.
9. « Guardate il suo successo: tanti fedeli, un’espansione così rapida, vite trasformate »
Due argomenti della stessa famiglia si presentano spesso insieme, ed entrambi confondono il successo con la verità. Ora il numero di fedeli, la velocità di un’espansione o la forza di una testimonianza non sono criteri di verità: è un appello al numero e alle conseguenze, un ragionamento che vorrebbe che una cosa fosse vera perché riesce o perché fa del bene. Un errore condiviso da milioni di persone resta un errore.
L’espansione. L’islam si è diffuso su un vasto impero in meno di un secolo, e vi si vede un favore divino. Ma la diffusione rapida non ha nulla di unico: il cristianesimo primitivo è cresciuto a un ritmo sostenuto per tre secoli, il mormonismo ha lungamente figurato tra le religioni a crescita più rapida, e altri movimenti ancora si sono estesi a grande velocità (Bulliet 1979; Stark 1996). Soprattutto, bisogna distinguere la conquista dalla conversione. L’espansione politica dell’impero fu effettivamente fulminea, ma l’islamizzazione delle popolazioni, quella, fu graduale: le curve di conversione stabilite dallo storico Richard Bulliet mostrano che ci sono voluti parecchi secoli perché una maggioranza della popolazione delle terre conquistate diventasse musulmana (Bulliet 1979; Stark 1996). Il successo militare di un’élite non dice nulla della verità di ciò che professa, e lo stesso argomento proverebbe altrettanto bene il cristianesimo, che se ne serve esattamente nello stesso modo.
Le vite trasformate. Si citano percorsi sconvolti: una dipendenza vinta, una vita pacificata, un senso ritrovato dopo la conversione. Queste trasformazioni sono reali e meritano rispetto. Ma seguono la conversione in tutte le tradizioni, e anche in cornici interamente secolari, dai gruppi di mutuo aiuto alle terapie di gruppo: è un effetto di comunità, di senso e di impegno, non la prova di una dottrina particolare (Gutierrez et al. 2018). Questi racconti di trasformazione si ritrovano, per quanto se ne possa giudicare, in tutte le tradizioni come presso i non credenti, senza che nessuna ne abbia l’esclusiva (Gutierrez et al. 2018). A ciò si aggiunge un bias di sopravvivenza: si vedono e si raccontano i convertiti trasformati, molto meno coloro che hanno ricaduto o sono ripartiti, di modo che il quadro d’insieme è falsato prima ancora di essere interpretato.
10. « Non c’è costrizione, si è liberi di andarsene »
L’ultimo argomento si vuole rassicurante: l’islam non forzerebbe nessuno, proclamando il Corano che «non c’è costrizione nella religione» (sura 2, versetto 256), e chi se ne va dovrebbe essere accettato senza urti. Il versetto è citato in buona fede.
Il problema non è il principio enunciato, è il suo scarto con la realtà, su due piani. Sul piano sociale anzitutto, lasciare una religione a forte trasmissione ha un costo documentato, fatto di ostracismo e di rottura dei legami. Sul piano dottrinale poi, il principio coesiste con una tradizione giuridica di sanzione dell’apostasia, la riddah. Questa tradizione si appoggia a un hadith dove si dice «chi cambia religione, uccidetelo» (Sahih al-Bukhari, hadith 3017), e le quattro grandi scuole giuridiche sunnite hanno storicamente previsto la pena di morte per l’apostata, con varianti notevoli, come la prigionia piuttosto che la morte per la donna presso gli hanafiti (Peters e De Vries 1976; Saeed 2017).
L’onestà comanda due precisazioni. Da una parte, questa tradizione è oggi vivamente contestata da numerosi sapienti riformisti, che sostengono che la sanzione mirava all’origine al tradimento politico e non al semplice cambiamento di credenza (Saeed 2017; Kamali 2019). Dall’altra, le legislazioni variano fortemente da un paese all’altro. Resta che nel 2019, ventidue Stati, per la maggior parte in Medio Oriente e in Africa del Nord, criminalizzavano ancora l’apostasia, talvolta con pene pesanti (Pew Research Center 2022). La tensione resta dunque intera: un sistema che proclama la libertà di andarsene pur circondando la partenza di un costo sociale e, in alcuni luoghi, legale, informa sui suoi mezzi di trattenere, non sulla verità di ciò che insegna.
11. Conclusione: giudicare l’argomento, non il fervore
Passati in rassegna, questi argomenti falliscono in due modi, secondo la loro natura. Gli uni riposano su una sensazione che ci sarebbe in qualsiasi religione: la certezza, i segni, la bellezza del testo, la vita trasformata. Gli altri affermano un fatto che, verificato da vicino, non regge: una scala astronomica falsa, un’improbabilità mal definita, un concordismo retrospettivo che ricopia perfino gli errori di Galeno, una storia testuale stabilizzata per decisione umana, una profezia elastica, una cronologia eretta a prova. E quasi tutti inciampano sullo stesso test, il più semplice: l’esame della loro premessa, che essa riposi su una sensazione presente in qualsiasi credenza o su un fatto che cede alla verifica. La simmetria con la religione di fronte ne dà il caso più visibile, decisivo quando la premessa attiene alla sensazione.
Nulla di tutto ciò dice che Dio non esiste, e questo testo non lo dirà. Esso dice soltanto che un argomento non si giudica dal fervore che ispira, ma dalla sua validità e dalla verità delle sue premesse. È un’abitudine che si acquisisce e che si trasporta ovunque: identificare la natura dell’argomento, verificare la sua premessa di petto quando ne ha una, e domandarsi se proverebbe altrettanto bene qualcos’altro. Al prossimo argomento ascoltato, da qualunque bocca venga, il lettore può applicarlo lui stesso.